Educare le élite in tempi di crisi: il Paesaggio come Bene Comune

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Educare le élite in tempi di crisi: il Paesaggio come Bene Comune

Il testo introduttivo di Anna Detheridge in occasione del convegno “Seminare Cultura: I beni comuni e le pratiche creative”, presentato alla  Triennale di Milano il 19 e 20 marzo 2019. Una riflessione sull’urgenza di coinvolgere interlocutori e istituzioni in una importante conversazione sulla improrogabile necessità di formare le élites professionali a delle priorità del tutto nuove.
di Anna Detheridge

Connecting Cultures è un’agenzia di ricerca e formazione nell’ambito delle arti visive che ha come mission quella di educare giovani professionisti (architetti, designer, urbanisti, artisti, geografi, sociologi urbani, operatori culturali ecc.) a una maggiore consapevolezza per il nostro comune futuro, attraverso la ricerca sul campo, corsi di formazione multidisciplinari, progetti di rigenerazione urbana attraverso la cultura.
Dopo quasi 20 anni di esperienza nell’elaborazione e realizzazione di pratiche creative e partecipate nello spazio pubblico, progetti culturali quali catalizzatori di nuove visioni e di processi di coesione, ci rendiamo conto che è arrivato il momento di coinvolgere molte altre istituzioni ed interlocutori in una importante conversazione sull’urgenza di formare le élites professionali a delle priorità del tutto nuove.
Le recenti manifestazioni del 15 marzo scorso a sostegno di un maggiore impegno dei governi nei confronti delle sfide globali del nostro tempo che hanno visto protagonisti i giovanissimi nelle piazze di tutto il mondo, confermano l’urgenza e la necessità di questo dialogo improrogabile.
Senza evocare scenari apocalittici, sappiamo che a livello globale, nazionale e locale, i cambiamenti sono rapidissimi e radicali: dai cambiamenti climatici, alla polarizzazione tra ricchi e poveri, alla crescente voglia di separatezza a tutti i livelli, intolleranza per il diverso, per le minoranze etniche.
La nostra è sempre di più una società in continua emergenza, ma al tempo stesso di delegittimazione dell’élite. La stessa élite è sotto choc, si scopre impreparata all’emergenza, interroga il proprio ombelico, ma per superare la sfiducia dovrà cercare ben altre energie e diverse modalità di progettare. Il compito dell’élite oggi, assomiglia più a quello di una task force chiamata ad intervenire in una società in cui i danni sono ormai conclamati. Ma non sarà certo sufficiente limitarsi a riparare il danno subito.
Sarà necessario rivedere radicalmente il nostro rapporto con il pubblico, con le istituzioni, con le comunità in cui viviamo e lavoriamo e con gli studenti: in sintesi trovare modalità diverse per affrontare problematiche e situazioni sempre più complesse, e in maniera non episodica, ma sistemica. Un cambio di paradigma.

Cominciamo definendo meglio le parole.
Educare l’élite oggi? Perché educare e non il più neutrale “formare”?
Perché educare comprende anche i sentimenti, educare a una maggiore sensibilità, attraverso l’esperienza (esattamente il ruolo delle arti liberali), a una maggiore consapevolezza, che non viene soltanto dal sapere, tanto meno da un sapere “applicato”, ma dal senso di appartenenza – che ci piaccia o no – a un ordine naturale e la necessità di rispettare il mondo intorno a noi, preservare le sue risorse per la nostra stessa sopravvivenza.
Formare giovani laureati, professionisti, futuri quadri, amministratori che dovranno affrontare sfide complesse, o semplici cittadini che si assumono l’onere di gestire un bene comune, oggi vuol dire dare priorità a competenze collaborative, prospettive sistemiche, una mindfulness o capacità di riflessione che contrasti l’autoreferenzialità degli scorsi decenni. Vuol dire reintrodurre nell’economia il concetto di Valore oltre a quelli più usuali di “costo” e “prezzo” laddove “costo” è assegnabile alla sfera pubblica, e “prezzo” è declinato quasi sempre al privato.
Ma il concetto di Valore andrebbe ripristinato anche per contrastare la filosofia economica della massimizzazione della ricchezza, e del ritorno sull’investimento esclusivamente a favore dell’azionista.
Favorire l’emergere di una “sharing economy” che metta in primo piano il valore per gli stakeholders, per tutti gli attori della catena, per i portatori d’interesse, richiede anche dagli economisti un cambio di paradigma, più inclusivo e più aperto al futuro.
Soprattutto sarà necessario educare le persone alla consapevolezza di essere cittadini responsabili o perlomeno co-responsabili del nostro comune futuro.

La multidisciplinarietà
Con ogni probabilità il futuro sarà caratterizzato dall’ibridazione dei saperi e da una crescita delle collaborazioni multidisciplinari. Non soltanto ricerca interdisciplinare che rimane un sapere individuale, ma la collaborazione tra attori diversi nella contaminazione dei linguaggi e soprattutto attraverso un’esperienza comune. E’ soltanto attraverso questo indispensabile lavoro sul campo, caratterizzato dall’incontro tra figure professionali diverse e attori diversi che potrà nascere un altro modo di progettare e vivere in comune.

Il primato dell’esperienza
Filosofi, fenomenologi (da Husserl a Merleau Ponty) e oggi scienziati (dal biologo Gerald Edelman al neuroscienziato Antonio Damasio) ci ricordano che la dimensione umana si radica nella biologia e nella Natura. Ogni innovazione deve portarci a rinnovare il nostro patto con il mondo naturale senza il quale non possiamo sopravvivere. La percezione del mondo esterno e del contesto in cui viviamo ci arriva attraverso i sensi, siamo programmati per la sopravvivenza in qualsiasi cosa che noi facciamo, coscientemente o meno.
Come afferma il Damasio e John Dewey prima di lui, la dimensione formativa, educativa si deve radicare nell’esperienza. E per esperienza non s’intende quel surrogato un po’ patetico vendutoci e vissuto totalmente nell’immaginario, della vacanza esotica o dell’auto veloce. E’ soltanto nell’esperienza del fare dentro la realtà contingente che potremo realmente apprendere e trovare nella collaborazione dei saperi una via d’uscita.
La progettualità di Connecting Cultures si situa all’interno di questo quadro di riferimenti.

Gli Artisti
In questo incontro su terreni ignoti gli artisti sono preziosi. Ci aiutano a intuire una realtà in divenire, a cogliere i segni in anticipo.
Senza addentrarsi nella storia recente dell’arte nella sfera pubblica possiamo comunque dire che il museo d’arte contemporanea non è più il luogo d’elezione per molti artisti che cercano un pubblico nuovo, che non va al museo. La maggior parte oggi è intenzionata a dare visibilità a questioni non rappresentate dalle istituzioni.
Per aprire un dialogo su temi che stanno a cuore dei cittadini e non soltanto ai collezionisti d’arte, questioni di etnia, di genere, di appartenenza, di libertà d’espressione, diritti umani, di come si vive nello spazio urbano, gli artisti oggi cercano contesti e spazi più significativi e connotati.
L’opera, il destino dell’opera o l’autorialità non sono tra i primi pensieri di molti artisti che lavorano nella sfera pubblica. Producono oggetti, processi, strumenti di interpretazione dei luoghi che sono spesso effimeri, oggetti simbolici, che servono come device, raramente come icone.  Si tratta di forme d’arte che dipendono da una inedita interazione con il pubblico.
Anche qui si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma: la necessità da parte degli artisti di coinvolgere nel loro lavoro le persone non più quali spettatori passivi, ma come cittadini attivi nella percezione e rielaborazione di uno spazio comune, nell’apprendere i linguaggi della progettazione, dell’emancipazione e dell’autodeterminazione.
Si tratta di dinamiche che contrastano tendenze in atto: di separazione ed esclusione, spesso di espulsione, di svuotamento dei centri storici, di patrimonializzazione delle città. Non a caso è spesso la periferia che interessa questi artisti dove tutto cambia e si modifica in continuazione, dove lavorano con le comunità intese come gruppi di persone non necessariamente uniti da etnie o forti caratteristiche identitarie, e fuori da ogni retorica: spesso si tratta di piccoli gesti e interventi di cura.
Si tratta di un processo di emancipazione e di empowerment che riguarda i luoghi e la storia dei luoghi come anche della legittimazione di comunità invisibili, ai margini, considerati indistintamente “periferia”.
Il lavoro degli artisti in questi ultimi decenni in luoghi anti-monumentali con persone e comunità dimenticate o senza voce, ha potuto ribaltare la visione e le prospettive delle comunità stesse, la loro percezione sia di se stesse, sia dei luoghi pubblici. La periferia diventa il luogo della riattivazione dello spazio urbano, ribaltando il concetto di centro/periferia e riscattando una storia rimasta nell’ombra, ricca di valori e di narrazioni inedite.
Non è attraverso i monumenti, ma attraverso i processi di riappropriazione che le persone oggi possono riaffezionarsi ai luoghi e modificarli per viverli meglio. In questo l’arte nella sfera pubblica ha un ruolo fondamentale di apripista, misconosciuto e poco praticato.
Ciò che emerge è “un nuovo modo di pensare la funzione dell’educazione e dell’opera d’arte come una totalità», come ha scritto Mary Jane Jacob, pioniera statunitense dell’arte nei luoghi pubblici, docente del nostro corso di formazione Out of Place.

Out of Place, introduzione all’area metropolitana milanese
Il paesaggio agricolo lombardo, oggi inglobato nella dimensione metropolitana, con i suoi filari di pioppi, il sistema delle marcite, i canali, le rogge, le chiuse, alcune delle quali disegnate da Leonardo, hanno dato per molti secoli, un’impronta caratteristica a questo territorio.
Alcuni frammenti di paesaggi resistono, in un mondo in rapida trasformazione. Si tratta di paesaggi in gran parte rimossi, (su cui Connecting Cultures in collaborazione con diversi istituti universitari ha lavorato lungamente), paesaggi diventati invisibili (penso a quella bolla di verde, risorsa preziosa che abbiamo chiamato con i cittadini che la abitano, il “Parco delle Risaie”) nel cuore antico tra i due navigli di Milano.

Conoscere a fondo un territorio vuol dire immaginare e comprendere il suo potenziale. Vuol dire ricercare la bellezza anche tra quelle funzioni virtuose sconosciute ai cittadini e spesso giudicate negativamente come ad esempio Il Depuratore di Nosedo, una vera eccellenza che depura quasi la metà delle acque di Milano, esplorato durante una ricognizione sul Parco della Vettabbia, e documentato nelle immagini bellissime realizzate da Paola Di Bello.
Tuttavia il sovrapporsi di paesaggi nel tempo e lo scontro di interpretazioni frenano e distruggono ogni progettualità. Ogni azione che si sviluppa su un territorio introdurrà altrettante visioni confliggenti. Sarà possibile superare la conflittualità inscenandola attraverso l’utilizzo di strumenti di visualizzazione che potranno essere la mappa, o altre forme di rappresentazione purché l’attenzione si concentri non su una soluzione piuttosto che un’altra, ma su come si possa procedere oltre lo sterile scontro di opinioni.

Seminare Cultura. I beni comuni e le pratiche creative” è il primo appuntamento del corso di formazione Out of Place che comprende altri tre moduli di tre giornate ciascuna che implementeranno le due giornate introduttive.
Laura Riva e Costanza Meli da aprile fino a giugno cureranno i tre moduli di formazione che permetteranno a un gruppo di giovani professionisti di sperimentare un approccio alla città metropolitana milanese incontrando molti protagonisti dei luoghi attraversati.

Nel primo modulo di aprile (11-12-13 aprile), Generare Paesaggi. Arte, territorio e mappatura urbana, con la collaborazione dell’artista e storico dell’arte Davide Franceschini si realizzerà una mappa ad ampio respiro che rappresenti non i luoghi, ma la diversità stessa delle interpretazioni, tenendo a bada quel velo retorico che la partecipazione (l’incubo della partecipazione) ormai comporta.
Attraverso tratti percorsi a piedi e in metro, in maniera lenta e veloce, si alterneranno le percezioni scoprendo – anche attraverso incontri e interviste – potenzialità e criticità inedite.
Con l’ausilio di appunti, immagini fotografiche, registrazioni sonore, incontri con alcune delle realtà e degli attori sul territorio, si arriverà a comprendere questioni rilevanti dalle quali si potrà partire per nuove e diverse progettualità.

Si tratta di un processo aperto che nel secondo modulo dedicato all’Arte della Mediazione: modelli di partecipazione culturale con le comunità (9-10-11 maggio) comprenderà la mediazione territoriale e interculturale; la sussidiarietà, la partecipazione e la co-progettazione nella gestione dei beni comuni. Storici dell’arte, mediatori, curatori, esperti in welfare di comunità presenteranno alcuni modelli europei di mediazione, analizzandone i diversi approcci sociologici, estetici, culturali ed emozionali.
L’esperienza della Fondation de France, istituzione dello Stato francese con importanti risorse da destinare ai territori, accessibili soltanto se la richiesta viene esplicitata dalle stesse comunità, è un modello d’intervento che verrà presentato dalla responsabile cultura Catia Riccaboni e dal suo equivalente in Italia, Nuovi Committenti rappresentata da Luisa Perlo del collettivo di curatrici a.titolo.
Il secondo giorno la mediazione interculturale sarà condotta dall’artista e architetto Marjetica Potrč, mentre il terzo giorno attraverso l’esperienza di Avventura Urbana e di Euricse si capirà come attivare la partecipazione delle comunità nell’elaborazione di progetti di sviluppo locale.

L’ultimo modulo (6-7-8 giugno) dedicato alla Progettazione Culturale Sostenibile: strumenti economici e gestionali per il terzo settore e le imprese culturali e creative, introduce gli studenti all’articolato mondo della progettazione. Il modulo fornisce i primi strumenti per misurarsi con il futuro del Terzo Settore e delle imprese culturali e creative, fornendo le indicazioni teoriche e le competenze pratiche necessarie per operare nel campo della progettazione culturale integrata.
Guido Guerzoni docente di Museum Management dell’Università Bocconi di Milano e Bertram Niessem di CheFare introdurrano i partecipanti alle prospettive delle imprese culturali, i modelli, gli strumenti e le competenze per i nuovi scenari. Nei giorni seguenti si introdurrà le prospettive del settore in Italia, oltre a un workshop pratico dedicato alla scrittura di un progetto con tutor ed esperti a cura di Connecting Cultures. Si tratta di studiare da vicino le modalità di preparazione delle proposte progettuali; gli strumenti di programmazione (template, budget di progetto e cronoprogrammi di intervento); le possibili fonti di finanziamento; le testimonianze dei valutatori e dei soggetti deputati alla concessione dei finanziamenti; le tecniche per la stesura dei piano di fattibilità e di costruzione dei budget di progetto.

Nuove Infrastrutture sociali
Il significato inedito della proposta formativa articolata attraverso i tre moduli è in sintesi di toccare con mano le modalità e priorità della progettazione partecipata, senza nascondere   il livello di fallibilità di ogni soluzione, sdrammatizzando lo scontro, metabolizzando il significato educativo e la coscienza dell’alto rischio di ogni forma di partecipazione.
Oggi si parla molto di società civile e del Terzo settore. Ma in che condizioni è oggi la società civile? Cosa ne sappiamo oltre alle proteste che vediamo sulle pagine dei giornali e nei TG? Il mondo dell’associazionismo e del Terzo settore in generale è molto più vasto e capillare di quanto non si pensi, salva e mantiene una convivenza civile e sociale sul territorio spesso al di fuori da ogni riconoscimento. E’ un mondo che per poter funzionare a pieno deve essere riconosciuto per il lavoro che fa, per ciò che è in grado di muovere e di far nascere nei luoghi specifici, ma anche nella riformulazione delle priorità culturali del nostro tempo. Ma è anche un universo estremamente fragile e frammentato, privo di mezzi, che manca di competenze, di continuità, di riconoscimento e di fondi. Il volontariato vuol dire soprattutto per i giovani precarietà e nessuna formazione per il futuro.
Sarà molto importante saper riconoscere l’esperienza e l’utilità di fondazioni e associazioni nella costruzione di nuove infrastrutture e reti di soggetti, valutando accuratamente ciò che sono in grado di produrre e generare nella formazione e nella configurazione di nuove competenze e figure professionali.
Sono potenziali mediatori tra saperi ed esperienze fondamentali da comprendere e attivare. Potranno emergere quali imprese sociali costruendo community enterprise lavorando nell’affiancamento della corporate social responsability delle aziende, in collaborazione con lo Stato, con le amministrazioni, con aziende pubbliche e private, tenendo fede alla loro mission culturale e sociale.
Sicuramente il terzo settore NON ha bisogno di essere ancorato o annesso a questo o a quel battello politico. Il primo obiettivo delle istituzioni oggi è sicuramente quello di ricollegarsi ai propri portatori d’interesse, implementando delle politiche ormai urgenti, superando i conflitti.

I partner di progetto e la rete di soggetti attivati intorno a Out of Place a cura di Connecting Cultures comprendono il Comune di Milano-Assessorato ai Lavori Pubblici e alla Casa, Assessorato alla Partecipazione, Cittadinanza Attiva e Open Data, Città metropolitana di Milano, SIBEC-Scuola Italiana Beni Comuni, Touring Club Italiano, Centro studi PIM, BASE Milano, Ecomuseo Martesana e Cascina Martesana, Industria Scenica-Everest di Vimodrone, Museo MAiO di Cassina dè Pecchi, docenti del Politecnico di Milano (Antonello Boatti e Marco Prusicki) e di Torino (Cristina Bianchetti).

By |2019-03-29T09:30:52+00:00Marzo 28th, 2019|news home, Out of Place|0 Comments